In pratica sapevo tutto e quello che non sapevo avrei potuto immaginarlo. Dico avrei perché mi fermavo prima. Prima di immaginare troppo. Un po’ come fermarsi sul limite di un precipizio nero. Che il precipizio è proprio quello che uno definirebbe troppo. Intanto la sensazione era quella. E te lo racconto solo per spiegarti cos’era quel graffio e poi quel risucchio che sentivo all’altezza dello stomaco.
Hai presente gli storni, quegli uccellini che in autunno e primavera arrivano in città e ne riempiono il cielo? Con le loro evoluzioni creano forme in continuo divenire. Bene, quando ti muore qualcuno i tuoi pensieri sono così. A volte si ampliano tanto da frammentarsi in mille pezzi altre, invece, si chiudono in modo da diventare un’unica massa nera, incombente. In entrambi i casi la vita intorno a te va avanti e mentre cerchi un senso da dare ai tuoi pensieri volanti, non ti accorgi di essere fermo a prendere cagate sulla testa.
Una volta o l’altra avrei capito che quasi niente è come sembra mentre vai via.
Non riuscivo a mollare la presa: la maniglia di ottone s’era fusa in una con la mia mano e il mio sguardo era così avido da non potersi soffermare neanche sul più piccolo particolare. Bisognava chiudere la porta, finalmente girare la chiave nella toppa.
Una volta o l’altra sarei tornata. Là dove credevo d’esserci per l’ultima, l’ultima volta.
- ma no… non è mica che io voglia convincerti…
- non è questo il punto.
- ma si che lo è… ho bisogno di chiarire, capisci?
- ma non c’è niente da chiarire, niente da dire… non so se mi spiego.
- ma io ho capito, quando io non ci sono, non ci sono. Lo so. Però ecco…
- cosa ancora?
- l’appartenenza non è possesso
- e?
- smetti di fare in modo che sembri sempre che io non lo sappia
Sono le cinque. Sono già truccata, rossetto leggero sulle labbra, eyeliner e ombretto chiaro sugli occhi. In viaggio devo potermi toccare senza temere di sciogliere tutto. Tra una lettura e l’altra devo poter abbassare la testa e coprire il viso se ho voglia di buio. Come adesso che ho voglia di non vedere quello che lascio. L’asciugamano umido a terra, gli slip che sembrano sporchi di latte. Tutta roba mia che con le mani sugli occhi non esiste più. (spostamenti)
Ho cercato a lungo una citazione di Deleuze che una volta avevo letto da qualche parte. Ovviamente non l’ho trovata, altrimenti l’avrei riportata testualmente. Diceva una cosa del tipo “gli incontri si fanno con le cose e non con le persone”. Quando la lessi restai folgorata. Mi era parsa davvero illuminante. Era esattamente la cosa che avevo bisogno di sentire in quel particolare momento della mia vita. Mi prospettava la possibilità di interiorizzare un’esperienza senza per questo sentire la mancanza della persona a cui essa era legata.
Oggi non lo so più. Le parole sono vere, false, lame, aghi. E puoi sempre farne quello che vuoi.